IL bravissimo pittore Clemente Tafuri nacque a Salerno il 18 agosto 1903 e morì a Genova l’11 dicembre 1971. Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dimostrando sin dall’inizio una predisposizione innata per la pittura vivace, nutrita di colore e di calore. Dopo il 1924 ottenne dal Ministero di dipingere figure allegoriche, nel frattempo allestì varie personali che gli procurarono notorietà al punto che l’Accademia d’Italia gli assegnò il Premio della Pittura e gli venne addirittura commissionato il ritratto del principe di Savoia. È da considerarsi uno tra i maggiori artisti figurativi italiani del secolo scorso, figlio della grande tradizione ottocentesca, riuscì a ricostruire sulla tela la vita e l’essenza del suo tempo, la tragedia della storia, la guerra e le catastrofi della nostra epoca ad esempio, con una drammaticità ed una potenza che lo avvicinavano ancor di più ai grandi maestri del passato, Velasquez e Rembrandt tra i primi. Alcune sue opere sono ospitate nei più importanti musei, quello del Vaticano tra gli altri, e nelle più prestigiose collezione private. Numerose e nelle maggiori città europee sono poi le mostre personali e collettive di Tafuri. Garzone all’età di dodici anni presso la bottega di un decoratore salernitano, frequentò brevemente l’Accademia di Napoli, proseguendo in seguito per qualche tempo nella pratica dell’ornamentazione. Accostatosi alla pittura, coltivò il ritratto ed il paesaggio, ma soprattutto si dedicò ad una popolaresca declinazione del quadro di figura gravitante attorno alla vivace rappresentazione di popolane, pastorelle, monelli, barcaioli, pescatori, pescivendoli e zingare: soggetti trattati a lungo attraverso le accese cromie ed i forti impasti della tradizione ottocentesca napoletana. Protagonista di un’esistenza irrequieta, soggiornò a Fiume, Roma, Milano, Ravello durante la seconda guerra mondiale, prima di stabilirsi a Genova, e preferì proporsi al pubblico attraverso esposizioni personali allestite in Italia e all’estero, come Parigi, Marsiglia e Losanna. Nei primi anni ’40 tentò composizioni di maggiore respiro, rivolgendosi alle prime conseguenze della guerra, mentre dalla fine del conflitto scelse soggetti più sereni, accompagnati da un deciso schiarimento delle tinte. Chiamato ad illustrare alcune pagine della “Domenica del Corriere”, nel 1950 realizzò 3 quadri storici per la sala consiliare del municipio di Cava dei Tirreni. Fu un pittore, decoratore e disegnatore, che seguì la tradizione bozzettistica napoletana del secolo scorso, si ispirò da giovane ai motivi di Antonio Mancini, Francesco Paolo Michetti, Pietro Scoppetta ed altri. Pittore di impulso, temperamento, amava ripetere un celebre motto “Io seguo me stesso”, il che fa capire che non seguiva nessuna scuola. La tematica dei suoi lavori esposti in Italia ed all’estero rifletteva l’immediatezza e la varietà dei soggetti, da quelli di umili popolani a quelli aristocratici fino alle rievocazioni storiche e di costume, generoso, umano, solare, spontaneo. È stato da sempre presente in molti musei in Italia e all’estero, ha esposto a Parigi, Genova, Milano, Salerno ed ha collaborato saltuariamente alla creazione delle tavole per la storica Domenica del Corriere. Pietro Annigoni lo ricorda con queste parole: “Nella pittura di Clemente Tafuri la verità assume un’eloquenza ed una forza comunicativa che rivelano come l’Artista sia stato il degno erede di una tradizione, che è fatta di colore, ma anche di musica, di naturale armonia, di calore umano. La sua perizia di disegnatore si assomma all’esuberanza di una tavolozza nella quale la luce del meridione acquista il sapore dei frutti che quella meravigliosa terra esprime”. Enrico Lama, nel 1972 in ricordo del maestro, dopo la sua scomparsa: “… Mentre Antonio Mancini centra la sua violenza sulla materia colore e non entra nell’anima, Tafuri entra sì profondamente, con toni caldi e con un pennellare a volte così violento, a volte musicale, a volte carezzevole che rende il pathos dei suoi soggetti. E così ci illumina con un suo romanticismo che è poesia anche oggi…”. Patrick De Saint-Leu, La Revue Moderne di Parigi, 1951: “… Egli dà alla pittura un significato umano, ed in qualche modo un’illustrazione della guerra tra gli uomini nella lotta per la vita, e da ciò derivano delle rappresentazioni reali di miseria e di gloria… L’artista afferma un’arte di cui non si possono temere gli eccessi: e questa constatazione è, ahimè, troppo rara ai nostri giorni per non costituire il migliore omaggio… “. La foto in alto è di uno splendido quadro dell’artista Tafuri che fu rubato per poi essere recuperato nel 2010.