Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909 da una modesta famiglia di piccoli armatori e morì prematuramente il 6 marzo 1976 in un incidente stradale nei pressi di Orbetello. Ebbe un’infanzia spensierata e un’adolescenza piuttosto travagliata, e nella sua città natale compì i primi studi al Liceo Classico mostrandosi portato per le materie letterarie, in particolare l’italiano, e poco incline alla matematica. Frequentò per un certo periodo anche l’università di Napoli e poi l’abbandonò a causa di problemi economici per cui si mise a lavorare prima come commesso, poi come precettore in un collegio ed infine come correttore di bozze e giornalista. Non si laureò mai così come era successo a Montale e Quasimodo, e nel 1938 fondò a Firenze con Vasco Pratolini la rivista letteraria Campo di Marte. Si innamorò, e poi decide di sposare la figlia del suo professore di matematica, Jole, con la quale all’età di soli 21 anni fuggì a Milano dove ebbe la residenza dal maggio del 1934, e tra i suoi amici più assidui vi furono Zavattini, Sinisgalli, Tofanelli, Orazio Napoli e Mimmo Cantatore, con i quali frequentava i caffè cittadini, di notte il Savini e nel pomeriggio Le Tre Marie. Nel 1936, a causa del suo dichiarato antifascismo, venne arrestato e trascorse 6 mesi nel carcere di San Vittore a Milano. Durante quegli anni Gatto era stato collaboratore delle più innovatrici riviste e periodici di cultura letteraria e nel 1938 fondò, con la collaborazione di Pratolini, la rivista Campo di Marte che però durò solo 1 anno, anche se fu comunque una esperienza significativa per il poeta che ebbe modo di cimentarsi nella letteratura militante di maggior impegno. Campo di Marte era nato come periodico di azione letteraria e artistica e con l’intento di educare il pubblico a comprendere la produzione artistica in tutti i suoi generi. La rivista si ricollegava al cosiddetto ermetismo fiorentino, e nel 1941 Gatto ricevette la nomina ad ordinario di Letteratura Italiana per chiara fama presso il Liceo Artistico di Bologna e fu inviato speciale del giornale l’Unità assumendo una posizione di primo piano nella letteratura di ispirazione comunista, prima di dimettersi diventando un dissidente. La sua vita continuò fra alti e bassi, sempre immerso nella poesia e, l’8 marzo del 1976 Gatto, trovandosi a Grosseto, si mise in viaggio per andare a Roma con una Mini Minor guidata da Paola Maria Minucci e, nei pressi della Torba di Capalbio, la macchina finì fuori strada e il poeta venne trasportato d’urgenza ad Orbetello dove, a causa delle condizioni ormai critiche, spirò alle ore 16,10. Fu poi sepolto nel cimitero di Salerno e sulla sua tomba, che ha un macigno per lastrone, è ancora inciso il commiato funebre dell’amico Eugenio Montale: Ad Alfonso Gatto per cui vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore. L’ermetismo riconosce in Alfonso Gatto uno dei più accesi tra i suoi protagonisti e non si sa molto dei suoi primi anni a Salerno che tanta importanza ebbero senza dubbio nella sua formazione, come pure si ignorano le sue prime letture, i suoi primi incontri, tra gli altri con il critico letterario Francesco Bruno che lesse per primo e ordinò le sue poesie, le sue amicizie. Le notizie biografiche che lo riguardavano sono state sempre scarse e trattavano i soliti argomenti, vale a dire gli studi, l’arrivo all’Università non terminata, la vita irrequieta, i vari lavori intrapresi. Fa eccezione la notizia dell’uscita del suo primo volumetto Isola nel 1932, nel quale i maggiori lettori del tempo riconobbero subito il segno di una voce nuova e vera. Ma quando nel 1932 Giuseppe Ungaretti pubblicò Sentimento del tempo, Gatto, appena arrivato alla poesia, venne subito inserito nel capitolo di quel momento. Con Isola, Gatto iniziò la sua esistenza di poeta e un discorso che si concluse solamente all’atto della sua tragica morte 44 anni dopo. Isola è il testo decisivo per il costituirsi di una grammatica ermetica che verrà definita dal poeta stesso come ricerca di assolutezza naturale. Il linguaggio era rarefatto e senza tempo, allusivo, tipico di una poetica dell’assenza e dello spazio vuoto, ricco di motivi melodici. E furono proprio il senso dello spazio e l’abbandono alla melodia gli elementi costanti di Isola, così come più tardi delle altre raccolte di poesie. Questi elementi, così lontani dai modelli tradizionali, si sono ritrovati nelle sue poesie sino al 1939 e sono passati in modo graduale da temi familiari e da visioni legate al paesaggio della sua terra, fino ad arrivare a una fase nuova, prima e dopo la guerra, che si aprì con Arie e motivi ed ebbe il suo culmine in Poesie d’amore. Il motivo dell’amore fu cantato da lui in tutti i modi e percorso in ogni direzione e, anche se a tratti aveva intonazioni classicheggianti, non perdeva mai il valore fonico della parola che diventava un momento a sé di suggestione. Nel periodo che va dal 1940 al 1941 vi fu un rifacimento delle poesie precedenti che entrarono a far parte di una raccolta edita da Vallecchi nel 1941 sotto il nome di Poesie che rimasero immutate fino alla stesura del 1961 quando, dando un ordine maggiore allo stesso volume esse toccarono il punto di maggiore cantabilità nella poesia di Gatto. Una delle immagini tra le più vive della poesia contemporanea si trovava nella poesia Oblio dove il poeta esprimeva la gioia della vita fatta memoria e festa alle quali egli sentiva di appartenere. Gatto aderì poi alla poesia della Resistenza, commosso dallo spirito civile e politico degli italiani e nella raccolta successiva, Il capo sulla neve, egli ebbe parole di forte commozione per i Martiri della Resistenza ed espresse nelle poesie una assorta meditazione che aveva il raro dono dell’immediatezza. Gatto è dunque stato un poeta di natura e d’istinto che ha conosciuto durante la guerra e nel dopoguerra un serio rinnovamento sia nei contenuti che nella forma aprendosi a strutture narrative più complesse che fondevano autobiografismo lirico e partecipazione storica. Nello scorrere l’ultima produzione di Gatto, Rime di viaggio per una terra dipinta e Desinenze, opera postuma uscita un anno dopo la sua morte, ci resta l’immagine di un poeta coinvolto dal tumulto della vita, ma sempre lieto di fissare nella memoria ogni emozione in una lingua ricca di motivi e di sorprese nuove. Le sue liriche si distinguono ancora per la musicalità dei versi che narrano d’amore e di sofferta quotidianità, dove all’impegno civile si unisce il ricordo nostalgico dell’infanzia e della sua terra d’origine. Il suo linguaggio è stato sempre limpido, musicale, e si sviluppava passando attraverso un appassionato lirismo umanitario, fino al raggelarsi della parola nella riflessione della morte e del mutamento misterioso della vita e della sofferenza dell’umanità. A Salerno Alfonso Gatto ha lasciato un vuoto incolmabile ed un ricordo indelebile e la sua statua in cartone fa anche parte del Presepe realizzato dall’artista Mario Carotenuto, così come si può vedere dalla foto in alto.