Enrico Caruso nacque a Napoli nel quartiere di San Carlo all’Arena da una povera famiglia di Piedimonte d’Alife in provincia di Caserta. Il padre Marcellino, metalmeccanico e la madre Anna Baldini, donna delle pulizie, avevano avuto prima di lui 17 figli, tutti morti, poi nacquero altri 3 fratelli. Frequentò le scuole regolari, a 10 anni andò a lavorare col padre in fonderia, ma in seguito all’insistenza della madre si iscrisse ad una scuola serale dove scoprì di essere portato per il disegno ed iniziò ad elaborare progetti di fontane per l’officina dove lavorava. Nel frattempo stava crescendo in lui una splendida voce e le prime arie d’opera e le prime nozioni di canto gli vennero insegnate dai maestri Schirardi e De Lutio. Cantava nel coro della chiesa, fece poi qualche apparizione in spettacoli teatrali e la sua voce nel frattempo si era irrobustita e le piccole rappresentazioni cominciarono a non bastargli più. La sua fortuna iniziò quando il baritono Eduardo Missiano, sentendolo cantare, si entusiasmò a tal punto che lo presentò al maestro Guglielmo Vergine che accettò di dargli lezioni per migliorare ancora la voce, ma pretese da lui il 25% dei suoi compensi con un contratto che sarebbe durato 5 anni. Venne poi chiamato alle armi, ma restò solo un mese e mezzo, grazie alle leggi in vigore in quel tempo ed a un Maggiore dell’Esercito che era amante della musica, venne poi congedato e mandato a casa per permettergli di continuare a cantare e a studiare. Dopo le lezioni con questo maestro, Caruso si sentiva ormai pronto all’esordio, ma alle prove per la Mignon di Ambroise Thomas non venne accettato. Esordì nel 1894 con una parte ne “L’amico Francesco” di Domenico Morelli percependo 80 lire per 4 rappresentazioni, poi ridotte a 2 a causa dello scarso afflusso di pubblico e nonostante una buona critica. Iniziò a esibirsi nei teatri di Napoli, Caserta e Salerno e fece la sua prima esibizione all’estero al Cairo percependo 600 lire per 1 mese di lavoro. A Salerno conobbe poi il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi che gli propose di accompagnarlo nella stagione estiva a Livorno dove Caruso conobbe il soprano Ada Giachetti, sposata e madre di un bambino. Con lei ebbe una relazione che durò 11 anni, dalla quale nacquero 2 figli, Rodolfo ed Enrico junior. Ada lo lasciò per fuggire con il loro autista, con il quale cercò anche di estorcergli denaro. La vicenda finì in un’aula di tribunale con la dichiarazione di colpevolezza per la Giachetti, condannata a 3 mesi di reclusione e a 100 lire di multa. Caruso per tutte queste motivazioni diceva sempre che la vita gli procurava molte sofferenze e che quelli che non hanno mai provato niente non potevano cantare. Esordì poi al Teatro Lirico di Milano nel ruolo di Loris in “Fedora” di Umberto Giordano, seguirono poi tournée in Russia, a Lisbona, a Roma, Montecarlo e al Covent Garden di Londra dove interpretò il “Rigolett”o di Verdi, mentre l’anno successivo si esibì a Buenos Aires in Argentina. Nel novembre del 1899 nel teatro Costanzi di Roma interpretò Osaka nella ripresa di “Iris” di Mascagni, Enzo nella ripresa di “La Gioconda” di Ponchielli e Faust in “Mefistofele”. Nel dicembre 1900 Caruso cantò nuovamente alla Scala in occasione della ripresa della “Bohème”, la serata inaugurale della stagione lirica diretta da Toscanini, e nel 1901 a Napoli al Teatro San Carlo dietro un compenso di 3.000 lire a recita. Qui, forse durante l’interpretazione de “l’Elisir d’amore”, ebbe la sua più grande delusione, la sua emozione ed un’insicurezza malcelata non lo avrebbero fatto cantare al meglio. Fortemente deluso dalla reazione dei suoi concittadini e dalle critiche che gli sarebbero state rivolte centrate sul fatto che la sua voce fosse portata maggiormente al registro di baritono piuttosto che a quello di tenore, decise di andare in esilio e di non cantare mai più nella sua città natale. Alcune cronache di fine 1901 ed inizio 1902 su Il Pungolo, il quotidiano che seguiva la vita teatrale di Napoli, riportavano in realtà dell’emozione che irretì il tenore nel primo atto, rotta dagli applausi sempre crescenti fino alla richiesta del bis. Ed ancor meglio andarono le repliche. Semmai sarebbe stata la severa ma non prevenuta critica di Saverio Procida sempre su Il Pungolo a infastidire fortemente Caruso, cui il critico rimproverò la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilità vocali e interpretative. Caruso effettivamente non cantò più a Napoli, ma in realtà non cantò più in Italia andando incontro al suo successo straordinario negli Stati Uniti ed in Sud America. Interpretò poi Florindo nella première nel Teatro alla Scala di Milano delle Maschere di Mascagni diretto da Toscanini ed il duca di Mantova nella ripresa a Bologna del “Rigoletto” di Giuseppe Verdi. Nel febbraio 1902 al Casinò di Montecarlo con Nellie Melba interpretò Rodolphe nella prima rappresentazione de “La vie de bohème” di Puccini. Dopo l’episodio negativo che gli successe a Napoli con Saverio Procida, Caruso cercò di curare di più la voce per correggere i difetti e per crearsi un repertorio, e nel 1902 a Milano incise 10 dischi con arie d’opera per conto di una casa discografica inglese. Questo grande cantante napoletano fu il primo artista nella storia a vendere più di un milione di dischi e continuò ad imperversare sulle scene in una maniera straordinaria, girando le piazze europee più prestigiose. Nel 1903 si esibì ancora come Faust in “Mefistofele” al Teatro Costanzi di Roma, e a novembre dello stesso anno si recò negli Stati Uniti, quando ancora stava con Ada, ed il contratto col Metropolitan di New York lo ottenne grazie alla mediazione di un banchiere ed il suo debutto avvenne il 23 novembre con il duca di Mantova nella ripresa di “Rigoletto” ed il pubblico gli chiese con entusiasmo di bissare “La Donna è mobile”. Passato l’impasse della prima, ebbe un tale successo con le successive rappresentazioni da diventare un idolo e, sempre nel 1903, continuò a mietere successi al Metropolitan Opera House. Nel gennaio del 1904 interpretò Edgardo in “Lucia” di Lammermoor e Nemorino “nell’elisir d’amore” poi, lui stesso commissionò a Tiffany &amp la produzione di una medaglia in oro da 24 carati col suo profilo, per ricordo delle sue recite al Metropolitan di New York, da distribuire poi tra i suoi intimi. Caruso pretendeva ingaggi esorbitanti, ma era anche capace di cantare gratis per allietare gli emigranti, e non ci fu solo la fama in America per lui, ma subì anche la gelosia e l’invidia di chi lo fece accusare di molestie sessuali ad una giovane sconosciuta e gridò allo scandalo per un bacio scambiato in scena con la soubrette Lina Cavalieri per cui venne condannato a pagare un’ammenda, subendo sicuramente un’ingiustizia ed una cocente umiliazione. Continuò a riscuotere altri successi, cantò al Théâtre Sarah-Bernhardt di Parigi, nella Salle Garnier del Théâtre du Casino di Montecarlo, al Metropolitan nel 1905, alla French Opera House di New Orleans e al metropolitan di Vasco de Gama. Nel 1909 Caruso incise una serie di 22 canzoni napoletane che comprendeva anche “Core ‘ngrato” scritta da Cordiferro e Cardillo ed ispirata alle sue vicende sentimentali dopo l’abbandono da parte della Giachetti. Nello stesso anno venne operato a Milano per una laringite ipertrofica, intervento che sul momento non compromise la sua carriera, tanto da consentirgli di continuare le sue tournée per il mondo, senza trascurare recite per beneficenza durante il periodo della guerra. Nel 1919 cantò in un concerto dedicato ai suoi 25 anni di carriera e fu Eléazar nella “Juive” con la Ponselle. Fu il primo cantante a sfruttare consapevolmente le potenzialità, anche remunerative, offerte dal disco e la sua fama gli sopravvisse per molti anni, rendendo sempre aperta la caccia a chi, tra le grandi voci di tenore, ne potesse essere considerato a buon diritto l’erede. Le doti naturali del giovane Caruso, per la verità, non apparivano indiscutibili, aveva voce poco potente, facile all’incrinatura sugli acuti e decisamente corta, sì che a volte aveva delle difficoltà, al punto che lo si sarebbe potuto anche considerare un baritono. Con l’applicazione, tuttavia, Caruso, da intelligente autodidatta particolarmente esigente nei propri confronti, arrivò a sviluppare una personale tecnica vocale tale da correggere tutti i principali difetti dei primi anni di carriera, utilizzando il naturale colore scuro della voce come un elemento di virile seduzione. In un panorama vocale che stava faticosamente abbandonando certe leziosità ottocentesche e a cui mancavano ancora le voci adatte a rendere le violente passioni portate sulla scena dalla giovane scuola, Caruso fu la personalità giusta al momento giusto, seppe cantare con un gusto del tutto nuovo, ben testimoniato da dischi tecnicamente primordiali, ma eccezionali sotto il profilo puramente vocale. Entrò nelle grazie di Puccini che scrisse per lui “La fanciulla del West”. Dopo l’operazione per eliminare dei noduli alle corde vocali la sua voce, come ben testimoniato dai dischi, divenne ancora più brunita, talune agilità gli furono precluse e sempre più faticoso divenne l’uso della mezzavoce. Nonostante ciò Caruso rimase un interprete inarrivabile per impeto e passionalità e, almeno fino al si acuto, in grado di afferrare di slancio acuti tonanti che mandavano in visibilio il pubblico e risuonano anche nelle numerose incisioni di canzoni napoletane. Dopo una lunga tournée in Nordamerica nel 1920 la sua salute iniziò a peggiorare e vennero fuori varie ipotesi sul suo conto, suo figlio Franco, per esempio, collocava l’evento scatenante in un incidente occorso durante il “Sansone e Dalila” quando il tenore fu colpito al fianco sinistro da una colonna crollata dalla scenografia, tanto è vero che il giorno dopo, prima della rappresentazione di “Pagliacci”, Caruso ebbe tanta tosse e lamentò un forte dolore intercostale. A dicembre il grande tenore ebbe una forte emorragia alla gola e la rappresentazione fu sospesa dopo il primo atto e alla vigilia di Natale fece la sua ultima apparizione al Met con Eléazar ne “La Juive”. Complessivamente andò in scena per oltre 800 rappresentazioni al Metropolitan, e il giorno di Natale, quando il dolore divenne insostenibile, gli fu diagnosticata una pleurite infetta per cui fu operato il 30 dicembre al polmone sinistro e poi andò a trascorrere la convalescenza in Italia a Sorrento. Ebbe una lieve ripresa, poi una ricaduta dovuta, secondo la moglie, alle cure di un inesperto medico locale. Diretto a Roma per un nuovo intervento chirurgico, morì 11 ore dopo, il 2 agosto 1921 all’età di 48 anni, assistito dalla moglie, dal medico e da chi gli voleva bene. Fu sepolto a Napoli in una Cappella privata nel cimitero di Santa Maria del Pianto alla Doganella, a pochi metri dalla tomba dell’altro grande napoletano come lui, Totò.