Libero Bovio, figlio di un professore di filosofia di idee repubblicane e di Bianca Nicosia, maestra di pianoforte, nacque a Napoli nel 1883 e si appassionò sin da giovane alla musica ed al teatro dialettale. Iniziò a frequentare senza troppa convinzione scuole tecniche che dovette abbandonare alla morte del padre, per cercare un impiego, e fu assunto prima in un giornale locale e poi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, presso l’Ufficio Esportazioni, dove ebbe l’opportunità di scrivere molto, anche se non smise mai di dedicarsi alle sue vere passioni che rimasero la musica ed i teatro. Il suo talento di scrittore di testi di canzoni napoletane malinconiche e ricche di disinganno si espresse ai massimi livelli quando divenne direttore di case editrici musicali, come La Canzonetta, dal 1917 al 1923 e dall’anno seguente al Santa Lucia. Riscosse il suo primo successo nel 1910 con “Surdate”, musicata da Evemero Nardella, nella quale esalto le virtù terapeutiche delle canzoni, e grazie alle sue proficue collaborazioni con i musicisti più in voga del momento, intorno al 1915 confezionò canzoni come “Tu ca nun chiagne”, “Reginella”, “Cara piccina”, “Chiove”, “‘O Paese d’ ‘o sole” e “Lacreme napulitane”, queste ultime due composte intorno al 1925 e legate al tema dell’emigrazione. Il pessimismo sentimentale di Bovio si espresse anche con due importanti canzoni d’amore, quali “L’addio” e “Chiove”. Tra i testi in italiano deve essere ricordato quello della famosa canzone “Signorinella”, musicata da Valente. Terminato il periodo bellico, si sposò nel 1919 con Maria Di Furia che gli diede 2 figli. Fu anche autore di opere teatrali, tra cui “Gente nosta”, “‘O prufessore”, “‘O Macchiettista” e anche di canzoni dai toni più drammatici di quelle che gli avevano dato la fama, come “Lacreme napulitane”, “Carcere”, “‘E figlie”, “Zappatore” e “Guapparia”. Nel 1934 fondò una nuova casa editrice musicale, La Bottega dei 4, assieme a Nicola Valente, Ernesto Tagliaferri e Gaetano Lama. Libero Bovio insieme a Salvatore Di Giacomo ed Ernesto Murolo è stato un artefice della cosiddetta epoca d’oro della canzone napoletana, e Pietro Gargano scrisse che non fu solo un grande poeta, ma fu il più grande poeta della canzone napoletana. Se Salvatore Di Giacomo scrisse versi ch’erano già musica, difficili da rivestire di note, il più generoso Bovio vergò rime altissime, ben adatte a favorire il lavoro del compositore. Ed è questo il segreto dell’armonia. Il talento di Bovio spuntò all’inizio del Novecento ed alla fine del ventennio d’oro della canzone, quando si dava per morta questa straordinaria espressione di arte popolare. Salvò la canzone, la tenne in vita, la riformò. Fu uno dei tanti modi in cui onorò la lezione del padre Giovanni, filosofo della democrazia ed esempio perduto di moralità nella vita pubblica e privata. Il suo genio lirico ed ironico, straripante e pudico, dominò su un ambiente gonfio di retorica, grondante lacrime. Sua fu una frase meravigliosa: “L’aggettivo è il solo responsabile di tutte le nefandezze umane”. Avendo avuto il dono di farsi capire e di farsi amare dal popolo, riuscì ad abbinare chiarezza e cultura, un democratico, come il padre. Luigi Pirandello scrisse alla moglie di Bovio, Maria, che “Silenzio cantatore” valeva quanto i suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”. Napoli però non ha reso a Bovio altrettanto onore, ma lui se l’aspettava: Napoli tutto tollera e perdona tranne l’ingegno, annotò beffardo. Al tempo della guerra, pur senza diserzioni, cantò la vera faccia del fronte, lutti e dolore. Al tempo degli emigranti, quando tutti cantavano di lontane nostalgie, lui diede invece corpo alla sofferenza ed all’ingiustizia, “I’so’ carne ‘e maciello, so’ emigrante” poetò in “Lacreme napulitane”. Perfezionista, sceglieva i musicisti ed i cantanti delle sue canzoni poi, in troppi gli hanno fatto torto, interpretando ad esempio con un sorriso “Guapparia”, che invece è il dramma di un uomo e di un ambiente. Troppi hanno ritenuto “Zappatore” soltanto una sceneggiata, mentre, all’opposto, è la denuncia, in 3 minuti, della fine del mondo contadino, è la folgorante percezione dell’affiorante egoismo, del consumismo, dai quali sono avvolti i nostri giorni. Per fare una buona canzone “‘nce vo’ nu fatto dinto”, diceva, ma la concretezza dell’ispirazione mai frenò la limpidezza di una vena straordinariamente ampia. Dimostrò pure che era possibile far teatro napoletano d’arte senza risate sguaiate o singhiozzi impudichi, e scrisse epigrammi strepitosi. Tutta la sua vita, tutta la sua arte, fu leggerezza, basta prendere un episodio minimo, la corte fattagli dall’attrice Dirce Marella. Ad un biglietto della signora, “Inseguimi, sono l’ombra”, rispose “Non posso, tengo i calli”, era il modo questo di sdrammatizzare un rifiuto, farlo apparire perfino elegante nell’apparente prosaicità. Nel salotto di via Duomo il figlio Aldo conservava le linee di un pentagramma di Pietro Mascagni che, al pianoforte di casa, abbozzò un inno al lavoro e chiese a Bovio di apporvi i versi. Fu grande, grandissimo. Nel 1941 Libero Bovio si ammalò ed il 26 maggio 1942 morì nella sua casa di Via Duomo, nel centro storico di quella Napoli che tanto amò dando lustro al suo dialetto ed alla sua tradizione musicale, lasciando un grosso vuoto, incolmabile.