Salvatore Di Giacomo nacque a Napoli il 13 Marzo del 1860, figlio primogenito del medico Francesco Saverio e di Patrizia Buongiorno, il cui padre insegnava al Conservatorio di San Pietro a Maiella. Dopo aver conseguito la licenza liceale presso l’istituto Vittorio Emanuele, frequentò per volere del padre la facoltà di Medicina. Non dimostrò alcun interesse per gli studi cui era stato indirizzato, tanto che nell’ottobre del 1880 abbandonò l’università in seguito a un celebre episodio che egli stesso descrisse 6 anni più tardi. Un giorno, recatosi ad assistere ad una lezione di anatomia, rimase nauseato alla vista del cadavere di un vecchio, sul cui volto il professore aveva tracciato 5 o 6 linee di demarcazione, in modo da spiegare la composizione del cranio. Si recò fuori dall’aula e si trovò di fronte una scena raccapricciante. Il bidello, che scendeva portando in una tinozza membra umane scivolò riversando il macabro contenuto, mentre lui si diede alla fuga, abbandonando l’edificio di Sant’Aniello a Caponapoli ed il percorso accademico. Di Giacomo, attratto dalla letteratura e dalla critica letteraria e, poté cosi cercare di realizzare i propri desideri per cui si rivolse così al Corriere del Mattino diretto da Cafiero e la collaborazione cominciò con alcune novelle di genere tedesco ed al tempo stesso ricevette un incoraggiamento a proseguire nell’attività di novelliere. Dopo alcuni mesi diventò così ordinario collaboratore del Corriere, assieme a Roberto Bracco, con cui instaurò una profonda amicizia, e Giuseppe Mezzanotte. In seguito lasciò quel giornale e passò dapprima al Pro Patria, quindi alla Gazzetta letteraria diretta da Bersezio, in seguito andò a lavorare al Pungolo e nel 1884 perse il padre nell’epidemia di colera che colpì la città. Quell’anno pubblicò per l’editore Tocco la già copiosa produzione poetica in dialetto che apparve con il titolo “I Sonetti”. Seguirono, nel giro di pochi anni, le raccolte poetiche “‘O Funneco verde”, “Zi’ munacella” e “Canzoni napoletane”. Nel 1892 fu tra i fondatori, con Benedetto Croce, Vittorio Spinazzola ed altri intellettuali, della nota rivista di topografia ed arte napoletana Napoli nobilissima. Dal 1893 ricoprì l’incarico di bibliotecario presso varie istituzioni culturali cittadine e nel 1902 divenne direttore della Sezione autonoma della Biblioteca nazionale e dal 1925 al 1932 ricoprì la qualifica di bibliotecario capo. Inoltre aderì nel 1925 al manifesto degli intellettuali fascisti e fu nominato accademico d’Italia nel 1929. Per un certo tempo Di Giacomo aveva goduto di notevole popolarità e consensi, ma la sua produzione continuò ad essere inficiata dall’etichetta di poesia dialettale. Il giornalista napoletano dell’epoca Minervini, ricordando Salvatore Di Giacomo, scrisse di lui: Alle trattorie di lusso preferiva nascoste osterie e tra una pietanza e l’altra rimaneva trasognato, né valevano a ridestarlo le sue canzoni, sonate e cantate per fargli onore dai posteggiatori di quei pittoreschi locali. Non amava Marechiaro, la piu’ celebre di tutte, perché veniva indicato non come l’autore di Ariette e Sunette o Assunta Spina, ma come l’autore di Marechiaro. Il puntuale riferimento lo infastidiva e lo innervosiva al punto che una sera al famoso Gambrinus, caffè prescelto per abituale convegno di letterati, giornalisti e uomini politici, gli fu presentata una signora che anch’ella non gli risparmiò il dolore, e poco dopo fu visto allontanarsi, salutando, appena con un gesto, i presenti. Fu molto chiacchierata la sua relazione con la celebre cantante napoletana Emilia Persico, ed a causa della sua ricerca ed originalità linguistica nell’ambito dialettale, subì attacchi da parte dell’Accademia dei filopadriti. Era nonno del grande e simpaticissimo percussionista Gegé di Giacomo. L’esordio avvenne nel 1882 quando la casa discografica Ricordi lo mise sotto contratto e fece pubblicare “Nannì” e “E ghiammoncecce me'”. Alcuni suoi versi del 1885 non particolarmente amati dall’autore, furono musicati dal compositore abruzzese Tosti per quella che resta una delle più famose canzoni in dialetto napoletano, “Marechiaro”, e dal musicista tarantino-napoletano Costa di cui ricordiamo la bellissima “Era de maggio”, in cui 2 giovani innamorati ricordavano il loro primo incontro a maggio, in un giardino profumato di rose. C’è poi “Luna Nova” e la spensierata “Oilì oilà” che irritò i benpensanti milanesi che non si sapevano spiegare il motivo di tanta ilarità in una città appena colpita da gravi epidemie. Marechiaro si rivelò una cartolina per questo villaggio tra le rocce di Posillipo, nel quale Di Giacomo immaginò una bella ragazza, di nome Carolina, che si affacciava da una finestra ricca di piante di garofano. Sempre nello stesso anno lui a Costa produssero un altro successo, la canzone appassionata “Oje Carulì”. Nel 1888 pubblicò la scanzonata “Lariulà” e scrisse la celeberrima “‘E spingule francese” musicata da De Leva. Fu anche autore di opere teatrali, tra cui Assunta Spina, probabilmente il suo dramma più noto tratto dalla sua novella omonima, ripetutamente rappresentato e poi adattato per il cinema e per la televisione. Altra opera importante fu “‘O mese mariano”, tratta dalla novella “Senza vederlo”, che fu portata poi in televisione per l’interpretazione di Titina De Filippo. Scrisse inoltre i drammi “‘O voto”, “A San Francisco”, e “Quand l’amour meurt”. Morì a Napoli il 4 Aprile del 1934 all’età di 74 anni, lasciando un vuoto incolmabile.