Eduardo Scarpetta era figlio di Domenico, un funzionario statale che tentò più volte di avviarlo agli studi ed alla sua carriera, e di Emilia Rendina. A 15 anni decise di entrare in qualche compagnia teatrale, prima per seguire la sua ambizione, ma anche per poter aiutare la famiglia trovatasi in gravi condizioni economiche per il cattivo stato di salute del padre. Riuscì così a farsi presentare dall’attore Andrea Natale all’impresario Salvatore Mormone, il quale lo scritturò come generico nella compagnia di Antonio Petito di cui divenne capocomico nel 1879. L’anno successivo incominciò il suo successo personale con l’interpretazione di Felice Sciosciammocca nella farsa di Enrico Parisi “Feliciello mariuolo de ‘na pizza”, che spinse l’impresario del Teatro San Carlino, Giuseppe Maria Luzi, ad ingaggiarlo per la sua Compagnia Comica Nazionale. Nello stesso anno, il 1872, lo stesso Petito scrisse per lui la farsa “Felice, Guaglione ‘e n’anno” che portò in scena insieme ad alcuni copioni che lui stesso, ormai esperto, aveva approntato. Dopo la morte di Petito, sostituito da De Martino, lasciò il San Carlino. Ambizioso, arrivista, mirò ad emergere ad ogni costo, preferendo patire la fame piuttosto che sottostare a Davide Petito, nuovo capo della compagnia. Dopo un brevissimo periodo trascorso a Roma, nella compagnia di Raffaele Vitale, uno dei più celebri Pulcinella dell’epoca, prese in affitto con alcuni comici del San Carlino un baraccone sul Molo, il Metastasio, dove rappresentò alcuni suoi lavori. Nel 1878 accettò di far ritorno al San Carlino, sapendo che al suo fianco avrebbe recitato in sottordine il pulcinella Cesare Teodoro, qui ottenne un grande successo con la commedia “Don Felice maestro di calligrafia” meglio conosciuta come “Lu curaggio de nu pompiere napulitano”. L’anno successivo venne scritturato per una tournée a livello nazionale. Nel 1880 ottenne un prestito dall’avvocato Severo e, grazie alla sua tenacia, riuscì a riaprire e rinnovare il vecchio e glorioso teatro San Carlino, dove debuttò a settembre con la commedia “Presentazione di una Compagnia Comica”. Egli stesso, nelle sue Memorie raccontò che il pubblico sorpreso ed ammirato dall’affiatamento della compagnia, dalla naturalezza della recitazione, dalla inappuntabile proprietà del vestiario, rise ed applaudì fragorosamente. Iniziò così una stagione di grandi successi, che lo portarono ben presto a diventare un idolo. Diventò ormai un capocomico di successo, nonostante fosse nato da una famiglia modesta, acquistò poi un palazzo in Via dei Mille, costruito dallo stesso architetto del Teatro Bellini, Vincenzo Salvietti, ltre a carrozze e cavalli. Si sposò dal 1876 con Rosa De Filippo, la quale da giovane era stata amata dal re Vittorio Emanuele II° e si mostra spesso con diademi e brillanti degni di una regina, e aveva poi intrecciato una relazione con la nipote di costei, Luisa De Filippo. Il 15 maggio 1889 ottenne un memorabile successo con “‘Na Santarella” al Teatro Sannazzaro di via Chiaia. Tutta Napoli, elegante e mondana, accorse al piccolo teatro, e con gli incassi della commedia, si aprì definitivamente le porte della capitale, si fece costruire una villa sulla collina del Vomero, chiamata La Santarella, dove sulla facciata principale campeggiava la scritta «Qui rido io!» che qualche anno dopo vendette perché la moglie aveva paura di abitarci da sola quando il marito era in tournée. Il suo successo più grande, “Miseria e nobiltà”, in seguito ebbe 3 trasposizioni cinematografiche e memorabile fu quella del 1954 con Totò. In pratica fu scritta anche per permettere la partecipazione alla commedia del figlio Vincenzo di 12 anni, che nella prima rappresentazione recitò nel ruolo di Peppiniello. La fondazione del Teatro Salone Margherita, il primo grande varietà napoletano, costruito nei sotterranei della nuova Galleria Umberto I°, incominciò a minare le fortune del commediografo, che in risposta alla nuova moda si ripresentò al pubblico con un suo Cafè-chantant, ma il colpo di grazia gli arrivò nel 1904, quando fu protagonista suo malgrado di una delle più clamorose vicende teatrali dell’epoca, quella riguardante la parodia de “La figlia di Iorio” di Gabriele d’Annunzio, che gli procurò un cocente insuccesso. D’Annunzio addirittura lo trascinò in tribunale per una memorabile causa durata 3 anni che comunque Scarpetta vinse, anche se ebbe tante amarezze. Moltissime sono le critiche di questi anni, soprattutto da parte di Salvatore Di Giacomo e Roberto Bracco. Unica voce in sua difesa fu quella di Benedetto Croce. Nel 1909, deluso ed amareggiato, si ritirò dalle scene, dopo aver preso parte alla parodia “La Regina del Mare”, composta dal figlio Vincenzo, al quale egli impose di essere suo continuatore nel ruolo di Sciosciammocca. Nel 1920 scrisse un saggio sui caratteri innovatori dell’arte di Raffaele Viviani, e morì all’età di 72 anni, lasciando un grande vuoto. I suoi funerali furono molto imponenti, venne imbalsamato e deposto in una bara di cristallo. Le sue commedie vennero riprese molte volte e sono ancora oggi spesso in cartellone. Oltre al figlio Vincenzo, anche altri celebri attori napoletani come i fratelli Aldo e Carlo Giuffré recitarono le sue commedie brillanti., e sul grande schermo vennero ricavati diversi film dalle sue commedie, oltre a tre versioni del suo capolavoro.