Raffaele Viviani nacque in una famiglia povera nel 1888 a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, e va precisato che il vero cognome del commediografo era Viviano e, solo quando l’attore napoletano divenne noto, fu mutato in Viviani, considerato dal medesimo Raffaele, più artistico e teatrale. Figlio di una casalinga, Teresa Sansone e dell’omonimo Raffaele, un tempo cappellaio e addobbatore di feste, solo successivamente Viviani padre, divenne impresario e vestiarista teatrale dell’Arena Margherita di Castellammare di Stabia. In questo teatro recitavano i “Pulcinelli”, ma quando venne alla luce Papiluccio, appellativo col quale Viviani veniva chiamato dai suoi cari, il padre dovette far fronte ad un sequestro tributario che portò la famiglia Viviani ad una profonda crisi economica. Fu così che nel 1893, il padre del nostro giovane attore, raccogliendo il materiale di scena e i costumi che gli erano rimasti, decise di ricominciare una nuova vita nel capoluogo di Napoli. Qui Raffaele Viviani padre costruì il teatro Masaniello a Porta Capuana e fu proprietario di piccoli teatri popolari. Giorno dopo giorno il padre trasmetteva al figlio Papiluccio la sua grande passione per il teatro e infatti il piccolo Viviani iniziò all’età di 4 anni e mezzo a calcare le tavole dei palcoscenici popolari di Napoli. Egli indossò un abito da pupo, precisamente un frac e cantò in uno spettacolo marionettistico, mostrando le sue straordinarie doti. Era ragazzino quando gli morì il padre, momento in cui fu costretto a ricoprire il difficile ruolo di pater familias. Doveva occuparsi della madre e della sorella Luisella, anch’ella giovane attrice e grande cantante. I tre vissero nella più cupa disperazione e miseria, Raffaele da classico scugnizzo napoletano, passava le sue intere giornate per le strade e per i vicoli di una Napoli pericolosa e criminale. Ma sapendo di avere un talento naturale, decise di sfruttarlo appieno. Nonostante fosse una persona analfabeta, che non sapeva né leggere e né scrivere, volle studiare da autodidatta per migliorarsi e seppe riscattarsi socialmente e culturalmente dopo un lungo tirocinio da artista poliedrico quale era. In breve tempo fu ammirato e apprezzato in tutti i teatri d’Italia, d’Europa ed oltre Oceano. Con la sua compagnia di teatro di prosa dialettale, fondata nel 1917 e diretta personalmente da lui fino al 1945 e della quale fece parte anche la sorella Luisella, recitò a Napoli, Budapest, a Roma, Milano, Genova, Torino, Alessandria, Malta, Parigi, Tripoli, Argentina, Uruguay, Brasile. Debuttò come attore-autore e regista il 27 dicembre del 1917 al Teatro Umberto di Napoli, quando inscenò il dramma “‘O vico”, commedia in un atto in versi, prosa e musica. Il suo teatro era fatto di creature vive e sulla sua scena ci sono ritratti umani tragico-comici della società napoletana. Il suo non era un popolo piccolo borghese di matrice scarpettiana, ma era un popolo di scugnizzi, di spazzini, di guappi, di prostitute, di ladri, di miseri vagabondi, di venditori ambulanti, di vicoli, di rioni e di quartieri napoletani degradanti, dove si viveva un’esistenza faticosa e penosa, di indigenza e di emarginazione. Sulle tavole del suo palcoscenico diede vita dunque ai sentimenti, alle ansie, alle passioni, alle gioie, ai problemi, alle lotte, alle ingiustizie ed alle rivendicazioni di questa umile plebe napoletana. Il popolo vivianesco diventò quindi metafora dell’intero universo. Analizzò con attenzione la realtà sociale in cui viveva, per poi inscenare sul palcoscenico vari e diversi personaggi popolari, ed il teatro popolare di Viviani era costituito da svariate macchiette che presentavano una vena crudelmente neorealistica ed una comicità ed un’ironia ricche di tragico sentimentalismo. Nei suoi drammi erano presenti i vicoli bassi di Napoli: ‘O vico, Borgo Sant’Antonio, Via Partenope, Piazza Municipio, Porta Capuana, ‘Nterr ‘a Mmaculatella, Tuledo ‘e notte, Festa di Piedigrotta, ‘E piscature, Guappo ‘e cartone, La tavola dei poveri. Tuttavia la scena realistica-popolare di Viviani era fatta di umorismo, di versi, musica, acrobaticità, canti e balli, era un insieme di numeri che facevano parte di un genere teatrale minore, detto per l’appunto Varietà. Quest’ultimo si diffuse verso fine 800 e primo 90. Il varieté popolare vivianesco dovette però fare i conti con l’Italia fascista, le rappresentazioni del macchiettista napoletano facevano scandalo. L’Italia perbenista, la borghesia benpensante e la cultura e la censura fascista chiesero ed ottennero i tagli sui suoi copioni. Il fascismo era pronto ad ostacolare la diffusione delle compagnie dialettali e quel teatro regionale-popolare, di cui Papiluccio era rappresentante. Viviani fu autore, attore, poeta, acrobata, musicista, melodista e cantante del suo teatro. Fu uno dei macchiettisti più celebri della drammaturgia napoletana e, nel 1908 al Teatro Nuovo di Napoli conobbe la diciottenne Maria Di Maio che decise di sposare all’età di 24 anni. Dalla loro unione vennero al mondo 4 figli e Viviani ebbe l’occasione di avvicinarsi anche al cinema. Comparve, insieme alla sorella Luisella in 3 film ma purtroppo queste pellicole sono andate perdute, e infine fu protagonista di 2 soggetti cinematografici tratti dal suo repertorio teatrale. Viviani morì a Napoli il 22 marzo del 1950, dopo aver trascorso 4 lunghi mesi di sofferenza nel proprio letto a causa di un male incurabile. La sua ultima volontà, prima di sospirare, fu quella di vedere la sua magica città dalle vetrine della sua finestra: Arapite, faciteme vedé Napule. In verità Viviani, così come è capitato tante volte con tanti altri personaggi, sebbene è stato sempre giudicato positivamente dalla critica e dalla stampa del suo tempo, è stato scoperto postumo, ossia è stato considerato un sommo artista del teatro italiano del 900 solo dopo la sua scomparsa. Recentemente la sua drammaturgia è stata riproposta da Roberto De Simone, Toni Servillo e qualche anno fa dal grande Nino Taranto. La sua è stata una splendida figura che rimarrà per sempre rimarrà impressa nella mente di quanti lo hanno conosciuto o ne hanno sentito parlare!