Pulcinella è il degno compare di Arlecchino e spesso il suo acerrimo rivale negli intrighi d’amore, è fra le maschere più popolari e simpatiche ed è il simbolo di Napoli e del suo popolo allorquando impersona lo spirito genuino, fatto di arguzia, di spontaneità e di generosità. Appare sulle scene con atteggiamenti veramente particolari, impersonando un servo furbo e poltrone, sempre affamato e quindi alla ricerca di qualcosa da mettere sotto ai denti, si adatta a fare di tutto, il fornaio, l’oste, il contadino, il mercante, il ladruncolo ed il ciarlatano che ritto su uno sgabello di legno, in uno spiazzo fra i vicoli di Napoli, cerca di smerciare i suoi intrugli miracolosi a quanti gli stanno attorno a naso ritto, richiamati dalla sua voce strana e dai suoi larghi gesti delle braccia. Goffo nei movimenti, credulone o finto credulone, litigioso, arguto e spesso prepotente, Pulcinella é in continuo movimento, sempre pronto a tramare qualche imbroglio o a fare dispetti. Il suo carattere è tipico del mattacchione e, quando qualcosa gli va per il verso giusto, comincia a danzare con vivaci e rapidi saltelli, facendo sberleffi e smorfie particolarmente gustose a vedersi. Parla sempre, non riesce mai ad imparare a starsene zitto e proprio per questo é rimasta famosa l’espressione “é un segreto di Pulcinella” per dire di qualcosa che tutti sanno. Ma anche questo fa parte del carattere napoletano di Pulcinella, un personaggio che combatte con spirito allegro e generoso contro tutte le avversità e le durezze che si presentano nella vita di ogni giorno. È un personaggio della commedia dell’arte, è la maschera napoletana per eccellenza che alcuni critici fanno risalire a Maccus, protagonista delle farse popolari romane che rappresentava la tipologia del servo con un lungo naso e la faccia bitorzoluta. Un vero e proprio antenato di Pulcinella, camicia larga e bianca, che portava una mezza maschera come quelle usate dai comici dell’arte, aveva il ventre prominente e recitava con voce chioccia. Tante sono le ipotesi e le leggende legate all’origine del nome Pulcinella e forse la più simpatica e romantica è quella secondo la quale è la traduzione di Puccio d’Aniello, contadino di Acerra nel napoletano vissuto intorno al XVI° secolo. Si racconta infatti che un giorno il simpatico villico, abituato a scaricar farina, si ritrovò per sbaglio sulla ribalta di un carrozzone di commedianti che intrattenevano con uno spettacolo delle truppe francesi. Fu tanta l’arguzia e la genialità nel rispondere a tono alle invettive del capocomico che la scena finì per suscitare nel pubblico grande ilarità al punto che da allora ad ogni spettacolo si invocava alla ribalta quel simpatico contadino dalla faccia scura, il naso buffo, e l’inventiva così particolare. Pulcinella come personaggio del teatro della commedia dell’arte nasce ufficialmente con una commedia del comico Silvio Fiorillo, La Lucillla costante, con le ridicole disfide e prodezze di policinella, scritte nel 1609 ma pubblicate soltanto nel 1632 dopo la morte dell’autore. Fiorillo, già famoso per aver inventato il personaggio Capitan Matamoros, con Pulcinella probabilmente risuscita un personaggio già presente nella tradizione del teatro napoletano, in pratica eredita la maschera da un precedente attore partenopeo Andrea Calcese, del quale poco si conosce se non il fatto di essere stato maestro del comico Fiorillo. Filippo Cammarano, vissuto dal 1764 al 1842, è stato il più grande Pulcinella del XVIII° secolo ed era figlio di Vincenzo, un attore siciliano che all’inizio del secolo indossò la maschera di Pulcinella prima di passarla al figlio che si distinse per la sua interpretazione molto popolare e piacque anche alla corte dei Borboni. Nell’ottocento invece Antonio Petito, nato nel 1822 e venuto a mancare nel 1876, fu il più famoso Pulcinella e a lui si devono numerosissime farse pulcinellesche. Figlio di Salvatore Petito, altra grande maschera, Antonio era quasi analfabeta ma lasciò in eredità una serie di commedie pulcinellesche che spesso si ispiravano a temi di attualità della società napoletana del suo tempo, ed all’epoca si esibiva nel teatro tempio della commedia dell’arte, il San Carlino. “Pe ttè songo nu principe, Pe ttè sò nu signore, per questo colto pubblico sono un umile servitore”, così Petito , il più grande Pulcinella di tutti i tempi, terminava alcune delle sue famose farse. Altro importante Pulcinella fu Giuseppe De Martino che nacque a Napoli nel 1854 e che ancora ragazzo divenne allievo di Antonio Petito di cui in seguito raccolse l’eredità. Da non dimenticare anche Salvatore De Muto che diede lustro alla maschera durante buona parte del ‘900 e che Eduardo De Filippo scelse come personaggio da tenere accanto la sera del 22 Gennaio 1954 per l’inaugurazione del mitico teatro partenopeo San Ferdinando nel cuore di Napoli. Dopo tantissimi successi in tutta Italia don Pasquale morì nel 1934 lasciando ai figli Francesco e Salvatore la sua arte come eredità. Questi due formavano una formidabile coppia di artisti che andò incontro a tanti successi finché non scoppiò la seconda guerra mondiale durante la quale interruppero la carriera artistica. Nel 1949 Francesco, che continuava ad avere una grande passione per il teatro, chiese al fratello di riprendere baracca e burattini e di riaccostarsi alla carriera artistica ma la sua proposta venne rigettata. A quel punto Francesco, convocò i figli Pasquale, Vittorio ed Adriano e formò con loro la nuova compagnia denominata “I Fratelli Ferrajolo” e la diresse magistralmente fino al 1973, anno della sua morte. Calcando le orme paterne i 3 fratelli hanno continuato a mietere successi avvalendosi di tecniche teatrali sempre all’avanguardia e nel 1994 morì anche Vittorio mentre era in viaggio per partecipare al Festival dei Burattini di Bergamo, lasciando a Pasquale ed Adriano il compito di continuare una tradizione che già vedeva tanti eredi con la possibilità di continuare a riscuotere altri successi. Il teatro dei burattini è una forma di spettacolo teatrale in cui uno o più animatori, i burattinai, danno vita ai personaggi tramite particolari pupazzi. Il burattino è composto da testa e mani di legno fissate ad un camiciotto sul quale viene posto il vestito e la marionetta viene animata con dei fili o da pali di legno. Lo spettacolo dei burattini è generalmente rappresentato all’interno di un casotto di legno, detto castello e, fin dal ‘500, la presenza dei burattini è testimoniata nelle piazze e nei mercati, a fianco degli altri mestieri più o meno leciti, sia come spettacolo autonomo sia come accompagnamento di ciarlatani e venditori ambulanti. Nella nostra provincia, specialmente nei paesi che sono meta di famiglie con bambini, non esiste estate senza il Teatro Nazionale dei Burattini dei Fratelli Ferraiolo. Tante generazioni sono cresciute trascorrendo i mesi estivi ascoltando le divertenti imprese di Pulcinella che ogni anno portava allegria e buonumore ed il teatro dei Fratelli Ferraiolo è un monumento di cui tanta gente in questi paesi è andata fiera. Quando finisce l’estate, la partenza dei burattinai rimane un vuoto difficile da colmare in questi paesi turistici e un lungo inverno si fa avanti. Quando i bambini si accorgono che non c’è più il loro teatrino, subito emerge un velo di tristezza, una lacrima che in fondo è solo consolata dal fatto che l´anno successivo loro ritorneranno, sempre con pulcinella e gli altri personaggi, con le loro storie divertenti, con la loro simpatia. Ferraiolo senior nel 1904 partecipò per la prima volta al Festival di Napoli ed al famoso carnevale di Caserta, nel 1911 invece all’esposizione etnografica di Roma ebbe l’onore di avere tra il suo pubblico la Regina Margherita con i nipotini. Tra il 1913-14 diede spettacoli con i suoi burattini sulle navi della flotta da guerra italiana di stanza a Taranto e dopo una lunghissima serie di successi in tutta Italia, si spense il 30 agosto 1934 a Caserta. La sua arte fu ereditata dai figli Francesco e Salvatore che formarono una formidabile coppia di artisti burattinai. Si andò avanti così, di successo in successo, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ci fu a quel punto un periodo di stasi che durò circa dieci anni, durante il quale i due fratelli divennero commercianti.