La Tammorra è uno strumento antico ed importante della tradizione campana, legata a culti lunari e ritenuta essenzialmente femminile, anche se oggi è diffusa in tutto il Mediterraneo e accompagna sia il canto che il ballo tradizionale ed è usata da sola o con altri strumenti a percussione. La tammorra è un grosso tamburo a cornice con la membrana di pelle essiccata, quasi sempre di capra o di pecora, tesa su un telaio circolare di legno, e il diametro varia dai 25 ai 60 centimetri mentre l’asse di legno che compone il cerchio, in pratica la cornice, può arrivare fino a 15 di altezza ed è bucato tutt’intorno da nicchie rettangolari dove vengono collocati i sonagli di latta, detti ciceri o cimbali. Se non ci sono la tammorra è definita muta ed è caratterizzata da un seducente suono cupo. Molto spesso i costruttori usano abbellire lo strumento con l’aggiunta di nastri variopinti e lo decorano con motivi floreali dipinti lungo la cornice o con scene di argomento cavalleresco affrescate sulla pelle. Questo strumento non c’entra niente con il tamburello e va impugnato in un certo modo anche da un punto di vista rituale. Accade, infatti, che quando lo strumento è impugnato con la mano sinistra e percosso con la destra si dice che viene suonato nella maniera maschile, all’opposto, invece, si dice che viene suonato nella maniera femminile e ciò perché il lato destro è identificato nelle antiche culture con l’idea dell’uomo, mentre il lato sinistro con quella della donna. L’inversione dell’impugnatura dello strumento indica un rovesciamento dei segni del rituale. Molto complessa è la tecnica usata per suonarla perché richiede qualità musicali e ritmiche non comuni, accompagnate da una resistenza fisica notevole. Critica è, ad esempio, la posizione da tenere per equilibrare il peso e lo strumento in modo da non affaticare eccessivamente il braccio. Non esiste, in proposito, una regola generale in quanto ogni suonatore trova una sua maniera per equilibrarsi costruendo una tecnica alla quale partecipa tutto il fisico. La tammorra accompagna sia il canto che il ballo tradizionale dell’Italia Meridionale, in particolare in Campania, dove è usata da sola o con altri strumenti a percussione, quali le castagnette. In special modo nell’area vesuviana, la tammurriata emerge durante occasioni ludiche e sopratutto rituali-cerimoniali, quali i frequenti pellegrinaggi devozionali alla Madonna. La storia della tammorra, rivissuta attraverso lo studio dei reperti archeologici e delle opere d’arte presso quei paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo prende inizio da alcune statuette fenicie di figure femminili, raffiguranti sacerdotesse della dea Astarte recanti un disco riconducibile ad un tamburo a cornice, conservate presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Alcune pitture di origine greca mostrano donne nell’atto di suonare un tamburo simile all’attuale tammorra denominato tympanon. Questo strumento ha quasi sempre due pelli tese su un telaio circolare di legno o di bronzo tenuto verticalmente e percosso con la mano nuda. Presso i romani, lo ritroviamo col nome di timpanum. In un mosaico di Pompei conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli tale tamburo è raffigurato in mano ad uno strumentista, forse un ambulante, che lo percuote tenendo la pelle rivolta verso il basso. Una tecnica di esecuzione, questa, utilizzata per suonare l’attuale tammorra in Italia Meridionale e che si osserva presso tutte le popolazioni del Mediterraneo e del vicino Medio Oriente che utilizzano tamburi di tale forma. La musica del Medioevo eredita quasi tutti gli strumenti a percussione dell’Evo Antico e la tradizione popolare conserva il grosso tamburo detto poi tammorra per scandire il ritmo durante i balli a Corte. La musica colta rinascimentale non disdegna l’utilizzo di questo strumento, dal momento che esso viene raffigurato nelle mani di angeli musicanti o nelle tarsie dei cori delle chiese, in cui si evidenzia l’uso del tempo di sospendere dei sonagli al telaio o anche di applicare la bordoniera, una corda posta sulla pelle per dare allo strumento il suono rullante. La tammurriata è in pratica un’antica forma musicale ancora diffusa in alcune aree della Campania, è praticata in numerose varianti, dall’area domiziana-giuglianese, a quella vesuviana, sino all’agro nocerino-sarnese ed a quella della costiera amalfitana. Il ballo sul tamburo si svolge principalmente nell’ambito delle feste, celebrazioni stagionali di ritualità collettiva associate alla religiosità popolare e soprattutto al culto devozionale rivolto alle Madonne venerate in questi luoghi. La tammurriata è espressione diretta della cultura orale contadina ed è  quindi connessa  a credenze e culti  arcaici antichissimi di origine precristiana, è un ballo in coppia, che viene eseguito all’interno del cerchio composto da suonatori, cantatori e da tutti i presenti che ne costituiscono al pari dei danzatori una parte sostanziale. Come ballo di coppia la tammurriata non va intesa unicamente come danza di corteggiamento, infatti essa si realizza anche tra persone dello stesso sesso e può comunque esprimere valenze diverse a seconda del tipo di comunicazione che si viene a determinare tra i due danzatori. Durante il ballo le varie coppie hanno un andamento figurativo indipendente. La gestualità somatica del ballo è molto complessa e tende a far affiorare movenze che possono rapportarsi a gesti tipici del lavoro quotidiano contadino, a gesti naturali, di imitazione di animali, magici, ed altro ancora. Nel momento collettivo tutta la gestualità della danza assume un valore rituale ed un significato simbolico ed oggi giorno, il grande interesse per le feste tradizionali da parte di giovani provenienti da un ambito culturale di estrazione urbana e l’attenzione crescente dei mass media, ha favorito la creazione di una idea distorta dell’espressività tradizionale, che sempre più spesso viene intesa come libera ed estemporanea espressione individuale alienata dal suo linguaggio reale e dai codici espressivi propri. Così la proliferazione di innumerevoli e spesso approssimativi corsi di tammurriata stanno contribuendo a portare la danza e la sua gestualità ad assumere valenze espressive nuove, non propriamente legate ad un ambito tradizionale bensì tendenti ad una funzionalità ludico-edonistica a tratti spettacolare. Altri strumenti che completano questa particolare tradizione sono il putipù, un tamburo a frizione, il marranzano detto scacciapensieri, il triccabballacche, rarissimamente ai nostri giorni il doppio flauto e, nella zona di Giugliano, il sisco. Tuttavia, nell’accompagnamento della tammurriata, si ritrovano anche l’organetto o la fisarmonica che, seppur non propriamente legati all’originario impianto timbrico-strumentale, costituiscono tutt’oggi strumenti alquanto diffusi. Il canto può essere eseguito da un solo cantatore o da  più cantatori che, intervenendo in alternanza, danno origine ad un dialogo che a seconda delle circostanze e dei contenuti viene ad assumere significati diversi. Il linguaggio, che a volte appare quasi oscuro, si fonda sull’espressione di segni che andrebbero letti in un’ottica magico-religiosa che nell’originario tessuto culturale, erano funzionali al momento della ritualità collettiva. Le figure richiamate nel canto si riferiscono alla donna quale innamorata o alla bella figliola a cui si anela, oppure fanno riferimento ad episodi quotidiani connessi a vicende dai tratti irreali che invece, ad una analisi più attenta, si rivelano cenni che rimandano a contenuti ben più profondi legati a valori e ad un immaginario dalla funzionalità collettiva. Naturalmente per chi non ha mai avuto occasione di assistere ad uno spettacolo di Tammorra, venendo in vacanza in costiera amalfitana, se vuole può avere facilmente l’opportunità di trovarne qualcuno in giro.