Massimo Troisi nacque a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, il 19 febbraio 1953 e morì molto giovane, per problemi cardiaci, a Roma il 4 giugno 1994. Il padre Alfredo era un macchinista ferroviario e la madre Elena Andinolfi faceva la casalinga, crebbe in una famiglia numerosa, abitava infatti nella stessa casa con i genitori, 5 fratelli, 2 nonni e gli zii con altri 5 figli. Mentre studiava per conseguire il diploma di geometra a Torre del Greco scrisse alcune poesie in dialetto ispirate a Pasolini, il suo autore preferito, ed iniziò a recitare, dal 1969, nel teatro parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna insieme ad alcuni amici d’infanzia tra cui Lello Arena, Nico Mucci e Valeria Pezza. È stato attore, regista e sceneggiatore, e nel 1996 fu candidato ai Premi Oscar come miglior attore e miglior sceneggiatura originale per il film “Il postino”. Quando qualcuno gli chiedeva come era entrato nel mondo del cinema, amava raccontare: “«Comm’aggio accuminciato? Ecco… io ero ‘nu guaglione… ero andato a vedere un grande film. Si trattava di Roma città aperta, chillo grande lavoro di Rossellini. Me n’ero uscito da ‘o cinema con tutte quelle immagini dint’a capa e tutte quante le emozioni dentro. Mi sono fermato ‘nu mumento e m’aggio ditto… Massimo, da grande tu devi fà ‘o geometra”.» Nel 1972, insieme ad alcuni amici, si stabilì all’interno di un garage a San Giorgio a Cremano chiamato Centro Teatro Spazio ed iniziò a recitare sul palcoscenico proponendo recite pulcinellesche tipiche della tradizione teatrale napoletana. Con l’aggregarsi di Enzo Decaro nel 1977 fondò il gruppo denominato I Saraceni, divenuto in seguito La Smorfia, assumendone il ruolo di leader. Compose un trio che iniziò a recitare al Teatro San Carluccio e subito ottenne un grande successo, che gli consentì di approdare al cabaret romano La Chanson e ad altri spettacoli comici in tutta Italia. Dopo una breve parentesi radiofonica con la trasmissione “Cordialmente insieme”, la televisione li consacrò definitivamente alla celebrità, grazie alla partecipazione ai programmi televisivi “Non stop” nel 1977, “La sberla” nel 1978 e “Luna Park” nel 1979. L’ultimo spettacolo teatrale del trio fu “Così è se vi piace”, in qualche modo una parodia del “Così è se vi pare” di Luigi Pirandello. Dopo aver lasciato la Smorfia esordì sullo schermo sia come attore che come regista nel film “Ricomincio da tre”, ed in questa occasione venne molto acclamato dalla critica ed ottenne 2 Nastri d’Argento per il miglior regista esordiente e per il miglior soggetto, e 2 David di Donatello per il miglior film e per il miglior attore. L’anno seguente accettò di dirigere uno speciale televisivo trasmesso da Rai Tre per la serie “Che fai, ridi?” dedicato ai nuovi comici italiani di inizio anni ottanta, “Morto Troisi, viva Troisi!”, con Marco Messeri, Roberto Benigni, Lello Arena e Carlo Verdone. Sempre nel 1982 recitò insieme a Lello Arena nel film “No grazie il caffè mi rende nervoso”, nel quale un fanatico ed invasato difensore delle tradizioni napoletane, come pizza, sole e mandolino, cercando in tutti i modi di impedire lo svolgimento del Primo Festival Nuova Napoli, simbolo della novità usurpatrice della tradizione, finì col provocare la morte di Troisi, in un vicolo, dentro un organetto e con la pizza in bocca. Di questo film sono da ricordare in particolare i monologhi di Massimo nell’albergo, al commissariato e dal giornalaio. La seconda tappa della carriera cinematografica risale al 1983, con “Scusate il ritardo”, nel quale il protagonista era simile nei caratteri al Gaetano del film precedente, ma più timido e impacciato, incapace di consolare un suo amico in crisi affettiva ma a sua volta incapace di amare la sua donna. Altro grande successo di pubblico anche se non di critica, lo ottenne nel 1984 con “Non ci resta che piangere”, unico film a fianco di Roberto Benigni, da lui molto lontano per lingua e gestualità. Il film, basato su una trama elementare, fu ricco di citazioni storiche e rimase comunque nell’immaginario collettivo per le invenzioni e le gag di Troisi e Benigni. Mario, cioè Troisi e Saverio, cioè Benigni, trovarono chiuso un passaggio a livello, passarono la notte in una locanda, ma la mattina scoprirono di essersi risvegliati a “Frittole” nel 1492 e dovevano adeguarsi alla vita dell’epoca pur sperando di rientrare nel loro mondo. Fra le tante gag è da menzionare la scena della scrittura di una lettera a Girolamo Savonarola, chiara citazione dell’analoga scena interpretata da Totò e Peppino De Filippo in “Totò, Peppino e la malafemmina”. Inoltre, nel 1986 Troisi ebbe un piccolo ruolo nel film diretto da Cinzia Torrini, Hotel Colonial, girato in Colombia, nel quale tentò la carta del cast internazionale. Troisi interpretò un traghettatore napoletano emigrato in Sudamerica che aiutò il protagonista nella ricerca del fratello. Nel 1987 fu attore e regista di “Le vie del Signore sono finite”, ambientato durante il periodo fascista, ed interpretò il ruolo di Camillo Pianese, un invalido psicosomatico, assistito dal fratello Leone, l’inseparabile amico di sempre Marco Messeri, lasciato dalla sua donna e che si trovava a consolare un suo amico, malato autentico ed innamorato della stessa donna senza essere ricambiato. Il film vinse il Nastro d’Argento per la migliore sceneggiatura. Nel triennio seguente collaborò come attore con Ettore Scola e con Marcello Mastroianni in 3 film, “Splendor”, “Che ora è?”, e “Il viaggio di Capitan Fracassa”, dove interpretò Pulcinella. L’ultima regia di Troisi fu “Pensavo fosse amore, invece era un calesse” del 1991, di cui fu anche sceneggiatore e protagonista con Francesca Neri e Marco Messeri. All’inizio del 1994 Troisi, recatosi negli Stati Uniti per dei controlli cardiaci, apprese che doveva sottoporsi con urgenza ad un nuovo intervento chirurgico, ma decise di non rimandare le riprese del suo nuovo film, “Il postino”, girato a Procida e Salina e diretto da Michael Radford, liberamente tratto dal romanzo “Il postino” di Neruda di Antonio Skármeta, che trattava dell’amicizia tra un umile portalettere e Pablo Neruda, interpretato da Philippe Noiret, durante l’esilio del poeta cileno in Italia. Troisi riusci a terminare il grande capolavoro cinematografico con enorme fatica e con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura e morì poi nel sonno, ad Ostia nella casa della sorella Annamaria ed in compagnia del suo più grande amico sin dall’infanzia, Alfredo Cozzolino, per attacco cardiaco, il 4 giugno 1994, 12 ore dopo aver terminato le riprese dell’ultimo film. Lasciò un vuoto incolmabile nella cinematografia italiana. Amici e conoscenti, nel citarlo più e più volte, hanno sempre messo in luce l’intelligenza, l’esclusività di un personaggio, che pur nella sua indolenza, nel suo modo di esprimere la napoletanità, è sempre rimasto naturalmente umano. La spiccata attenzione verso la realtà non gli hanno mai fatto perdere la modestia. In una intervista di Gigi Marzullo alla domanda «Come si fa a rimanere semplici dopo avere avuto tanto successo?», Troisi rispose: «Ci si nasce. Il successo è solo una cassa amplificatrice. Se eri imbecille prima di avere successo diventi imbecillissimo, se eri umano diventi umanissimo. Il successo è la lente d’ingrandimento per capire com’eri prima.» In occasione della sua morte Marcello Mastroianni disse: «Un finale grandioso per un attore. Morire alla fine di un film che ha tanto voluto e tanto amato». Lello Arena, suo grandissimo amico, tristemente commentò: «È come se fosse morta una parte di me». Nel 2009 al caro Massimo è stato dedicato il nome di una ciclofficina popolare nel centro storico di Napoli. La nostra generazione lo ricorderà per sempre!