Pupella Maggio attrice, ballerina, cantante ma anche operaia nelle acciaierie di Terni tra il 1943 ed il 1944, fu portata alla ribalta da Eduardo De Filippo dopo il 1956, con la Scarpettiana al Teatro San Ferdinando di Napoli, e con “Sabato, domenica e lunedì” nel 1959. Tipica figlia d’arte, contava 7 generazioni di attori e di saltibanchi alle spalle, da parte di madre ed un paio da parte di padre, con un nonno proprietario di un piccolo circo equestre di paese. Fu addirittura partorita in un camerino del teatro Orfeo di Napoli nel 1910 da una mamma artista che le diede 15 fratelli, 6 dei quali si dedicarono al teatro. Pupella salì la prima volta in palcoscenico a 3 anni ed a 7 aveva già le sue parti fisse nella compagnia di famiglia. Però non si convinse a voler fare l’attrice fino all’età di 40 anni anche se, facendo l’operaia, raggruppava le ragazze della mensa ed altri compagni per fare spettacolo al dopolavoro. A 40 anni giunse alla “Scarpettiana” e capì che il teatro messo in scena da Eduardo era fatto per lei. E scavò, man mano, nei personaggi che erano stati di Titina De Filippo, da Filumena Marturano a Concetta di “Natale in casa Cupiello”. Il pubblico la riconobbe come una grande interprete e Luchino Visconti la volle con sè accanto a Paolo Stoppa e Rina Morelli, e con loro recitò “L’Arialda” di Giovanni Testori, la commedia-scandalo sui terroni a Milano che fu proibita per oscenità e divise l’Italia dei benpensanti dei primi anni 60. Con Alberto Sordi lavorò al cinema nel “Medico della mutua” e nel successivo “Prof. dott. Guido Tersilli..”, e anche Fellini utilizzò il suo piccolo volto in un bel personaggio di Amarcord. Per lei Giuseppe Patroni Griffi scrisse una delle sue migliori commedie, “Visita ad una signora amica”. Passati i 70 anni, la carriera si arricchì di esperienze nuove e sorprendenti per la ex-ballerina dell’avanspettacolo. Fu la Madre nell’opera di Gorky e la Madonna nei versi di Jacopone da Todi, recitò “Aspettando Godot” di Samuel Beckett e “Aspettando Amleto” di Mario Prosperi e Antonio Calenda. Quest’ultimo, che fu il regista di molti suoi spettacoli degli anni 80, le regalò il più bel successo facendola incontrare sul palcoscenico con i suoi fratelli Beniamino e Rosalia. La carrellata di vecchie macchiette cucite insieme apposta per loro si intitolava “‘Na sera ‘e Maggio”. Alla vigilia degli 80 anni diede l’addio alle scene, nonostante varie richieste ed una buona salute. Ma di recitare, o almeno di sottoporsi alla routine del teatro, non ebbe più voglia. Preferì insegnare ai giovani a Roma o a Todi, dove viveva, e concedersi di tanto in tanto al cinema come in “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore o in “Sabato, domenica e lunedì” che Lina Wertmuller aveva girato nel I990. La sua ultima apparizione la fece in tv nel 1991, nella serie “Il ricatto 2” con Massimo Ranieri. Figlia d’arte, decise di intraprendere la strada del teatro e la stessa cosa fecero i fratelli Enzo il primogenito, e poi Beniamino, Dante e Icadio, e le sorelle Rosalia e Margherita. Il padre Mimì Maggio fu uno dei più grandi capocomici e fine dicitore della storia del teatro partenopeo, mentre la madre Antonietta Gravante era erede della famiglia che gestiva il rinomato circo equestre Carro di Tespi. Al Teatro scarpettiano il battesimo artistico lo ricevette all’età di circa 2 anni, quando con la compagnia teatrale del padre rivestì il ruolo della bambola di pezza nello spettacolo di Eduardo Scarpetta “La Pupa Movibile”. Fu questa partecipazione e il vezzeggiativo datole dal padre Mimì a far sì che la piccola Giustina venisse chiamata affettuosamente Pupella. La scuola la lasciò ai primi anni delle elementari e sin da piccina prendeva parte agli spettacoli diretti dal padre, che in quegli anni riscontrava successo con la famosa sceneggiata napoletana. Seguiva la compagnia dovunque, ma non le mancarono esperienze lontano dalla famiglia. Negli anni ’40 decise di abbandonare le scene, a seguito della morte dei genitori. Trasferitasi a Roma, intraprese il mestiere di modista, ma un’amicizia con alcuni ebrei che nascondeva in casa la costrinse ad andare altrove, si diresse perciò a Terni dove lavorò in un’acciaieria, per la quale curava le regie teatrali degli spettacoli del dopolavoro. Ritornò di nuovo a Napoli, poi a Troncone, ancora a Roma e infine a Milano. Qui raggiunse sua sorella Rosalia e lavorò in una compagnia di rivista al Teatro Nuovo, accanto a Remigio Paone, Carlo Croccolo, Dolores Palumbo ed altri ancora. La sua insofferenza migratoria la riportò a Napoli e da lì a qualche anno ebbe modo di conoscere il suo maestro Eduardo. Entrò nella Scarpettiana nel 1954, la compagnia diretta proprio da Eduardo, che metteva in scena i testi del padre Eduardo Scarpetta. Ma fu solo dopo la morte di Titina De Filippo che iniziò ad ottenere quel successo che meritava. Dovette infatti sostituirla per il ruolo di Filumena Marturano e ancora dopo nel ruolo di Concetta in “Natale in casa Cupiello” e altri testi ancora. Nel 1959 la sua consacrazione quale primadonna l’ottenne grazie al ruolo di Rosa in “Sabato, domenica e lunedì”, personaggio scritto apposta per lei dal grande Eduardo e che le fece vincere tre grandi premi, la Maschera d’oro, il premio San Genesio ed il premio Nettuno. A seguito della prima di una lunga serie di incomprensioni, nel 1960 Pupella si allontanò da Eduardo per lasciarsi dirigere da Luchino Visconti nel testo de “L’Arialda “di Giovanni Testori. Sempre nel 1960 iniziò la sua vera e significativa esperienza cinematografica e tra i tanti registi che la diressero ricordiamo all’inizio Mario Amendola, Camillo Mastrocinque, Mauro Morassi e poi passare Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Nanni Loy e l’americano John Huston nel film La Bibbia. Ottenne il Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista nel 1969 per il ruolo della prima paziente nel “Medico della mutua” di Luigi Zampa, accanto al giovane Alberto Sordi. Intanto svariate furono le volte in cui tornò sotto la direzione di Eduardo, ma non mancò di avere a che fare con grandi registi come il napoletano Giuseppe Patroni Griffi in testi come “Napoli notte e giorno”, ispirato ai testi di Raffaele Viviani, in “Persone naturali e strafottenti” e nel testo scritto apposta per lei, “In memoria di una signora amica”. Il 1973 fu l’anno del famoso film “Amarcord” di Federico Fellini, vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero, al quale Pupella prese parte nel toccante ruolo della madre del protagonista, doppiata però da Ave Ninchi. Nel 1976 divorziò da Luigi Dell’Isola, che aveva sposato nel 1962 e che rimase primo ed unico marito. Dal 1979 iniziarono gli anni in cui Pupella partecipò attivamente alle messinscena diretta da Tonino Calenda in diversi testi che le diedero modo di portare fuori un’interpretazione all’apice della sua maturità. Fu il momento di Brecht del quale Calenda curò la regia de “La Madre”, in una Pupella nei panni di Pelagia Vlassova, un personaggio che grazie all’interpretazione del tutto personale dell’attrice divenne madre napoletana e insieme universale. Nel 1981 fu accanto all’amico di sempre Pietro De Vico nello spettacolo “Farsa”, tratto dai testi di Antonio Petito e nel 1983 si riunì la parte superstite della famiglia Maggio: Pupella, Rosalia e Beniamino che andarono in scena diretti sempre da Calenda col testo “’Na sera …’e Maggio”. Fu l’ultima volta che i fratelli recitarono insieme e grazie a questa pièce ottennero il Premio della critica italiana per la Stagione di Prosa 1982/1983 come miglior spettacolo dell’anno e per l’interpretazione particolarmente singolare. Purtroppo un ictus cerebrale bloccò Beniamino nel camerino del Teatro Biondo di Palermo. Fu la volta del testo di Shakespeare Amleto, da cui Calenda scrisse “Questa sera… Amleto”, con la collaborazione di Mario Prosperi. Successivamente sempre Calenda le pose uno dei testi più famosi del drammaturgo Samuel Beckett: “Aspettando Godot”. Il 1º aprile del 1987 ebbe un incidente stradale che la costrinse a fermarsi per qualche tempo. Si trasferì a Todi, confrontandosi successivamente ancora col cinema. Fu la madre, da vecchia, del protagonista nel film da Oscar “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore del 1989. Nel 1997 scrisse e pubblicò il suo primo ed unico romanzo, l’ autobiografico “Poca luce in tanto spazio” per Carlo Grassetti Editore. L’8 dicembre 1999 morì all’ospedale Sandro Pertini di Roma, per emorragia cerebrale lasciando un grande vuoto nel mondo dello spettacolo italiano. Qualche mese prima, durante un afoso mese d’agosto, aveva partecipato al film “Fate come noi” del giovane regista Francesco Apolloni, che rimane la sua ultima apparizione. L’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi emise un comunicato che recitava così: «Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha inviato alla famiglia Maggio un messaggio di profondo cordoglio per la scomparsa di Pupella Maggio. Figlia d’arte della straordinaria famiglia Maggio che ha dato così grande prestigio alla tradizione della commedia napoletana, recitò da protagonista nella compagnia scarpettiana. L’incontro artistico con Eduardo De Filippo segnò il clamoroso successo personale come sensibilissima interprete di gran parte dei lavori del maestro. Non è stata solo la più grande attrice napoletana del ‘900, ma una protagonista della storia teatrale italiana che resta legata anche al suo nome. Con questi sentimenti giunga a tutti i familiari, l’espressione del commosso rimpianto degli italiani che tanto l’hanno ammirata e ne conservano il ricordo.» Direi che furono parole ampiamente meritate dalla grande Pupella!