Pietro De Vico nacque a Napoli da Adolfo e Carmela Mollo il 21 febbraio del 1911 in una famiglia che fu la sua scuola d’arte visto che il nonno era un musicista, il padre un amante del teatro e lo zio un professore di musica, quindi in un ambiente che fu uno straordinario humus culturale. Ancora bambino, nelle vesti di Peppiniello, debuttò a 6 anni nella compagnia di Vincenzino Scarpetta con la divertentissima e fortunata commedia “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta. Negli anni 30, appena ventenne, lavorò nella compagnia di avanspettacolo del padre con i fratelli Antonio e Mario, creando quindi il Trio De Vico che fu per lui una vera palestra di recitazione. Dotato di notevole senso comico e di fantastiche capacità mimiche, s’ispirò, per far ridere, alla balbuzie di Ciccio De Rege con il quale aveva già lavorato. Si è detto anche che avesse riscoperto la macchietta del balbuziente di Trilussa ed interpretò questo ruolo per antonomasia. Una mitica serie televisiva per ragazzi, “La nonna del corsaro nero”, andata in onda tra il 1961 e il 1966, gli diede una popolarità enorme e lui era il balbuziente e pauroso nostromo Nicolino, mentre la moglie Anna Campori, una cantante d’operetta e attrice romana che aveva sposato nel 1937 e che era diventata sua compagna anche di scena, era Giovanna. In tarda età De Vico entrò nella prosa impegnata dalla porta principale, nel 1962 con Eduardo De Filippo in “Natale in casa Cupiello” interpretò la parte di Nennillo, sostituendo Peppino De Filippo, fu poi chiamato dal grande regista salernitano Antonio Calenda, facendosi notare in “Farsa nel 1981” di Antonio Petito con Pupella Maggio, “Cinecittà” nel 1984 di Pier Benedetto Bertoli e dello stesso Calenda con Anna Campori e Rosalia Maggio, “Aspettando Godot” nel 1987 di Beckett con Mario Scaccia, Pupella Maggio e Sergio Castellitto, e nel 1988 come interprete de “L’aria del continente” di Nino Martoglio con Nino Frassica e di “Alta distensione” di Achille Campanile con Anna Campori. Dal 1971 recitò nel teatro napoletano con Luisa Conte, Nino Veglia e Ugo D’Alessio, riscuotendo un grande successo, trionfando soprattutto con “Annella” di Portacapuana, che inaugurò il nuovo teatro Sannazzaro di Napoli, soprannominato la Bomboniera di via Chiaia. Nel cinema interpretò parti da superbo caratterista e una duttile spalla comica, anche con Totò, in più di settanta film, alcuni considerati impropriamente di secondaria importanza, come “Totò cerca casa” nel 1949 di Steno e Monicelli, “Il giudizio universale” nel 1961 di De Sica, “Totò diabolicus” nel 1962 di Steno, “Che fine ha fatto Totò Baby?” nel 1964 di Alessi, “Brancaleone alle crociate” nel 1970 di Monicelli, “Sgarro alla camorra” nel 1973 di Fizzarotti, “La mazzetta” nel 1978 di Corbucci, “La messa è finita” nel 1985 di Moretti, “Scandalo segreto” nel 1990 di Monica Vitti, e “Ladri di futuro” nel 1991 di Enzo De Caro. De Vico morì a Roma il 10 dicembre del 1999 lasciando tanto sconforto, 2 giorni dopo un’altra grande attrice napoletana, Pupella Maggio. Aveva 88 anni, e 7 anni prima era stato colpito da un ictus. In un articolo dal titolo “Addio De Vico, sorriso del varietà” comparso sul Corriere della Sera in occasione della sua morte, Maurizio Porro scrisse: «Il teatro napoletano perde un altro protagonista: dall’avanspettacolo arrivò fino a Beckett. Si spengono i riflettori, traballa il varietà, crolla la passerella, è morto un pilastro, Pietro De Vico, figlio d’arte. Una vita passata a strabuzzare gli occhi, a prendere papere, a fare il tonto, la spalla, il balbuziente, secondo le regole dell’avanspettacolo tramandate dalla commedia dell’arte. Era quel mondo sublime e plebeo amato da Fellini, le paillettes usate, le soubrettine del cappuccino e delle brioches, i treni di terza classe, le paghe scarse. Nel DNA di de Vico, un artista purosangue a 3 colori, il comico, il tragico e il folle, c’era qualcosa di eterno, una risata la cui eco ci seguirà.»